martedì, Giugno 25, 2024
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Il delitto di Cogne diciassette anni dopo e quella libertà di essere madre

Diciassette anni e sembra ieri. Annamaria Franzoni, nel 2002, secondo quanto accertato dalla magistratura, compie uno degli atti più efferati che ancora oggi scuote anche gli animi meno sensibili che verrà ricordato dalla cronaca come il delitto di Cogne. La morbosità che ha caratterizzato la cronaca, allora, non era tanto nelle dinamiche con cui era stata messa fine alla vita al piccolo Samuele, quanto, piuttosto, nel riproporre un tema spinoso, incomprensibile, come quello dell’infanticidio, soprattutto quando attribuito ad un genitore.

Oggi Annamaria è una donna libera di essere ancora madre e moglie, libera (forse) dai sensi di colpa, ma non da quell’ombra che si trascina anche con il sole a picco. Molti sono ancora gli interrogativi, le ambiguità di quelle lacrime versate e di un’innocenza ribadita in ogni occasione e di un marito che le resta accanto, nonostante tutto, senza dubbio alcuno sull’estraneità del delitto da parte della madre dei suoi figli. La curiosità che aleggia, tuttora, intorno al feroce delitto è nel tratteggio psicologico di una donna dallo sguardo sofferente, ma mai pentito, la voce tremante, ma decisa nell’urlare al mondo il suo amore incondizionato per il piccolo Samuele.

La dottoressa Rossella Garofano, psichiatra, ci aiuterà a districarci nelle maglie contorte di una mente che resta un mistero:

Dottoressa Garofano, sono passati quasi venti anni da quel giorno, perché il nome di Annamaria che si ripropone alla cronaca, resta legato ad emozioni contrastanti così intense?

Perché il figlicidio è uno dei delitti più abominevoli e apparentemente inspiegabili. A livello dell’immaginario collettivo il caso Franzoni ha toccato il tabù della grande Madre, ha messo in crisi l’idea dell’istinto materno come legge naturale, quindi se crolla l’ideale dell’istinto materno, vuol dire che qualsiasi madre potrebbe essere una potenziale assassina e questo non si accetta e addirittura risulta ‘impensabile’

E’ cambiata la sua opinione negli anni, rispetto al coinvolgimento della Franzoni? Riesce a trovare delle attenuanti rispetto all’uccisione del proprio figlio?

Le mie opinioni, ci tengo a sottolinearlo, sono formulate solo dalla lettura delle cronache e delle notizie riportate dai media. Ritengo che la Franzoni sia colpevole per quello che hanno stabilito le indagini e sancito i giudici, ma la verità giudiziaria non può riportare una realtà che è stata sicuramente molto più complessa, difficilmente compenetrabile e comprensibile in tutte le sue componenti e che neanche la malattia mentale può spiegare a pieno.

Per i figlicidi, quelli che avvengono dopo il primo anno d’età, l’ultimo rapporto dell’ OMS offre una chiave di lettura tutta sociologica. Le donne uccidono in misura maggiore i loro figli perché sono più vulnerabili e sole, vivono lo stress di madri e donne lavoratrici, la svalutazione della loro condizione sociale da un lato e dall’altro l’esigenza di soddisfare modelli di perfezione. Accade qualcosa nella loro testa, come un interruttore che scatta, ma prima di quel black out c’è stato sempre qualcosa che gli altri non hanno capito. 

Può un profilo psicologico spiegarne le contraddizioni?

All’epoca sono stati molti i pareri psichiatrici espressi da esperti sui giornali e sulle televisioni che si occuparono del caso, nella realtà la Franzoni rifiutò le perizie psichiatriche poiché rigettò la linea difensiva di avere una malattia mentale e i consulenti del Tribunale effettuarono la loro corposa perizia esclusivamente su cartelle cliniche, interviste, verbali e registrazioni video. L’unico ad averla incontrata, ma non in ambiente clinico, fu il professore Fornari, consulente dell’accusa il cui parere per esperienza e validità scientifica, è per me il più rilevante e tra l’altro concordava anche con i consulenti nominati dalla Corte.  Secondo il prof. Fornari la Franzoni era affetta da un grave disturbo di personalità e aveva compiuto il delitto in uno stato crepuscolare orientato e dopo rimosso l’evento. Lo stato crepuscolare non è una patologia specifica ma una condizione che si accompagna eventualmente a patologie di vario tipo e natura, che può durare anche solo poche ore e può portare a rimuovere alcuni eventi.

Si può parlare quindi di raptus o black out per spiegare un evento così distante dal “naturale” istinto materno?

Si, certo lo stato crepuscolare è uno stato alterato di funzionamento della coscienza, al limite della patologia, che mantiene il soggetto in una condizione di parziale controllo della sua consapevolezza e delle sue azioni, ma non ci dice molto di quello che è accaduto se non viene associato  ad eventuali altri disturbi o alla loro assenza e ad una organizzazione di personalità specifica. In una condizione di stress o d’ansia, non la classica ansia reattiva ma di tipo dissociativo o psicotica, è possibile che la Franzoni si sia disorganizzata davanti alle richieste del figlio, e quindi ha agito una rabbia violenta contro il bambino che non era un altro, ma un altro-sé. L’uccisione di un bambino in una fase ancora di fusione in cui predomina la diade ‘figlio-mamma’ è in realtà, l’assassinio di una madre che si è sentita sola ed inadeguata. Talvolta le madri uccidono ciò che non sono riuscite ad amare, la loro stessa identità. Eliminando il loro bambino è come se cancellassero la loro insoddisfazione ma anche la parte di sé che non amano, che non riconoscono e che dunque non accettano.

Crede sia possibile che la Franzoni abbia rimosso l’evento e che professare la sua innocenza con cotanta convinzione sia legato all’amnesia traumatica?

In particolari tipologie di personalità disturbate può instaurarsi un meccanismo difensivo di tipo psicotico, infatti la Franzoni ha sempre sostenuto di essere innocente, addossando la sua parte cattiva, quella omicida, ad un improbabile assassino venuto da fuori, poiché così, rimuovendo totalmente la colpa dell’evento delittuoso, non veniva intaccata la sua immagine interna di brava madre. Ricordo che la Franzoni ed il marito sporsero denuncia verso il vicino di casa e per questo sono stati anche condannati per calunnia.

Come legge il suo desiderio di maternità, condiviso con il marito, nell’immediatezza della morte del figlio?

Sempre questo tipo di difesa schizoaffettiva avrebbe inoltre aiutato Annamaria Franzoni ad evitare il senso di colpa e la depressione, in questa ottica ricade il nuovo figlio, che viene a riparare una mancanza della madre, e come riparazione cancella il delitto ed ha effetto antidepressivo.

Sulla figura del marito poi si potrebbero fare altre valutazioni (anche lui un disturbo di personalità o un caso di follia a due?) ma basta ricordare che non ha mai lascito sola la moglie e l’ha appoggiata in tutto e per tutto nel suo percorso giudiziario.

Oggi Annamaria è una donna libera, crede che sia possibile scontare tale pena con la detenzione? Quale percorso avrebbe immaginato lei?

La Franzoni, se guardiamo alle statistiche, è un eccezione, poiché tra le donne che si macchiano d’infanticidio e si dichiarano innocenti, il 97% prende consapevolezza e riconosce la propria colpa entro i primi 5 anni. Lei invece è ancora convinta della sua innocenza e di aver scontato una detenzione ingiusta. D’altronde i disturbi di personalità, all’interno dei quali può essere ascritto lo stato crepuscolare che ha portato all’omicidio e alla sua rimozione, non possono guarire. Ma è vero anche che la riproposizione di quella stessa catena di eventi, sia interni alla persona che ambientali che hanno determinato quel tipo di sofferenza e quella reazione, sono difficili da riproporsi. La detenzione è stata giusta sul piano giudiziario poiché la Franzoni è stata riconosciuta come persona che si è macchiata di un delitto, invece sul piano strettamente psicopatologico e riabilitativo,  il tempo e le terapie possono essere utili, ma la migliore cura è l’affetto reciproco dei suoi cari e la loro costanza nel tenerla sempre, diciamo, sotto controllo.

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