martedì, Giugno 18, 2024
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Navalny, eroe contemporaneo omaggiato anche da Bono Vox

a cura di Marcello Rocco.

Il brutale assassinio di Alexei Navalny da parte del despota Vladimir Putin ha scosso il mondo intero.

In tanti, in queste ore, stanno facendo sentire la propria voce per abbattere il muro di omertà e indifferenza che, da sempre, alimenta il regime putiniano.

Le parole di Bono Vox su Navalny hanno fatto il giro del mondo

Tra questi Bono Vox e gli U2. Il cantautore, in occasione del concerto alla Sphere di Las Vegas, ha detto ai presenti:

“La prossima settimana segnerà due anni da quando Putin ha invaso l’Ucraina, per queste persone la libertà non è solo una parola in una canzone, per queste persone è la parola più importante del mondo, così importante che gli ucraini combattono e muoiono per essa.  Così importante che Alexei Navalny ha deciso di rinunciarvi.

Putin non avrebbe mai detto il suo nome. Quindi ho pensato che stasera, come persone che credono nella libertà, dobbiamo dire il suo nome. Non limitarci a ricordarlo, ma dire: Alexei Navalny, Alexei Navalny”.

Le circostanze in cui è morto Navalny

Aleksej Navalny è morto all’età di 47 anni.

Era il principale oppositore di Putin.

Per questo motivo era detenuto nella colonia penale n. 3 dell’Okrug autonomo di Yamalo-Nenets, a oltre 1.900 chilometri dalla capitale Mosca, al di là del Circolo polare artico. Prigione famigerata per le disumane condizioni a cui sono sottoposti i detenuti.

L’annuncio è stato dato dal servizio penitenziario in una nota e riportato dall’agenzia di stampa ufficiale russa Tass.

Se il regime russo afferma che Navalny è morto per “cause naturali” in molti sono convinti che sia stato assassinato.

Secondo la tv di Stato Russia Today il Dissidente sarebbe morto venerdì 16 febbraio per “un coagulo sanguigno”, una trombosi, dopo una passeggiata.

Nonostante le molte ombre sulla morte di Navalny inizia ad emergere uno scenario più nitido almeno stando a fonti russe antigovernative. 

Secondo il quotidiano britannico The Time, Aleksej Naval’nyj sarebbe stato assassinato da un killer di Putin con un pugno al cuore.

Questo, almeno, è quanto afferma l’attivista Vladimir Osechkin, fondatore del gruppo per i diritti umani Gulagu.net , che ha rivelato i dettagli del trapasso del più temibile nemico di Putin citando come fonte un lavoratore della colonia penale artica dove era imprigionato Navalny. 

Osechkin ha spiegato che la tecnica usata per uccidere il quarantasettenne sarebbe stata quella del “pugno unico”, utilizzata dagli agenti delle forze speciali dell’ex Kgb, la principale agenzia di sicurezza ai tempi dell’Unione Sovietica paragonabile per crudeltà ed efferatezza solo alla Gestapo nazista.

Sembrerebbe che Navalny sia stato esposto a congelamento. Infatti si aggira a -27 gradi la temperatura nella colonia detentiva. Da quanto sta emergendo l’oppositore russo sarebbe stato esposto all’aperto a queste temperature, più del tempo in cui vengono di solito tenuti fuori i prigionieri, per oltre due ore e mezzo.

A prescindere da quanto dichiarato dall’attivista russo al Times è certo che viste le condizioni di detenzione estreme a cui era sottoposto Navalny, equiparabili a quelle dei gulag stalinisti, siamo di fronte ad un omicidio politico di un innocente che si è sempre battuto per la giustizia sociale, i diritti umani e la libertà del popolo russo opponendosi con tutte le sue forze a quello che definì: “Il capo di un regime di ladri e corrotti”.

Intanto, in Italia, il Vicepresidente del Consiglio Salvini e la lega continuano ad essere contigui a Putin

Mentre il mondo intero piange Alexei Navalny il vicepremier Matteo Salvini, ancora una volta, ha perso l’ennesima occasione per evitare di mettere in forte imbarazzo il Governo italiano dichiarando:

“Io non posso sapere cosa succede in Italia, come posso giudicare quello che è successo dall’altra parte del mondo? Capisco la posizione della moglie di Navalny, serve chiarezza. Ma lo fanno i medici, i giudici, non lo facciamo noi”.

Prova a metterci una pezza a colori l’altro Vicepresidente del Consiglio Antonio Tajani che ha parlato di “gulag” per Navalny, sottolineando come: “La sua morte se non è stata provocata direttamente, lo è stata in maniera indiretta”.

Un Governo quindi che dimostra un comportamento, a dir poco, schizofrenico.

Intanto Salvini continua non solo a mostrare ambiguità su una vicenda così delicata ma addirittura vicinanza nei confronti di Putin visto che il partito di cui è segretario politico, la “lega”, continua ad essere alleata del partito putiniano “Russia Unita”. Accordo di cooperazione internazionale firmato nel 2017, tra il partito italiano e quello russo, insieme a tanti altri movimenti di ultradestra, disseminati nel mondo, buona parte dei quali dichiaratamente neofascisti e neonazisti.

A tal proposito il senatore Carlo Calenda, Segretario nazionale di “Azione”, ha rivolto attraverso X (ex Twitter) parole nette nei nei confronti del leader leghista:

Non è un caso che i leghisti presenti alla manifestazione organizzata da Calenda, sul colle del Campidoglio a Roma, lo scorso lunedì 26 febbraio, siano stati fortemente contestati da parte dei presenti con le seguenti argomentazioni:

“Dov’è la felpa di Putin? E i 49 milioni? Vattene a Mosca!”

Alla fiaccolata in memoria di Navalny erano presenti liberi cittadini, tutte le forze politiche parlamentari, sindacati, associazioni, delegazioni diplomatiche di tutti i paesi europei e non solo.

I 27 paesi dell’Unione Europea, Italia compresa, hanno concordato e sottoscritto una dichiarazione in cui si accusa, a chiare lettere, Putin per la morte dell’attivista e avvocato russo.

Yulia Navalnaya: “Continuerò il lavoro di Alexei”

In un videomessaggio diffuso sulla piattaforma X la vedova di Alexei Navalny Yulia Navalnaya, con estrema determinazione, ha affermato quanto segue:

“Salve, sono Yulia Navalnaya. Questa è la prima volta che vengo su questo canale, vorrei rivolgermi a voi. Non avrei dovuto essere in questo posto, non avrei dovuto registrare questo video. Avrebbe dovuto esserci un’altra persona al mio posto, ma quest’uomo è stato ucciso da Vladimir Putin.

Tre giorni fa Vladimir Putin ha ucciso mio marito Alexei Navalny. Putin ha ucciso il padre dei miei figli. Putin mi ha portato via la cosa più preziosa che avevo, la persona più vicina e amata. Ma Putin vi ha portato via anche Navalny.

Da qualche parte in una colonia nell’Estremo Nord, oltre il Circolo Polare Artico, nell’eterno inverno, Putin non ha ucciso solo un uomo, Alexei Navalny. Voleva uccidere insieme a lui le nostre speranze, le nostre libertà, il nostro futuro. Distruggere e annullare la prova migliore che la Russia può essere diversa. Che siamo forti, che siamo coraggiosi, che crediamo e lottiamo disperatamente e vogliamo vivere diversamente.

Per tutti questi anni sono stata al fianco di Alexei: elezioni, manifestazioni, arresti domiciliari, perquisizioni, detenzioni, carceri, avvelenamenti, ancora manifestazioni, arresti e ancora carcere. Ecco il nostro ultimo incontro con lui a metà febbraio 2022, la nostra ultima foto. Esattamente due anni dopo, Putin lo ucciderà.

In tutti questi anni sono stata accanto ad Alexei. Ero felice di stare con lui e di sostenerlo. Ma oggi voglio starti vicino perché so che hai perso tanto quanto me. Alexei è morto nella colonia dopo 3 anni di torture e tormenti. Non si è semplicemente seduto, non si è seduto come si siedono gli altri: è stato torturato, è stato tenuto in una cella di punizione, in una scatola di cemento.

Per favore: immagina. Questa camera misura 6 o 7 metri quadrati. Non c’è niente dentro tranne uno sgabello, un lavandino, un buco nel pavimento al posto del water e un letto fissato al muro in modo che non ci si possa sdraiare sopra. Una tazza, un libro e uno spazzolino da denti. Non aveva nient’altro. Centinaia di giorni.

È stato maltrattato, tagliato fuori dal mondo, non gli sono stati dati carta e penna per scrivere una lettera a me o ai nostri figli. È stato affamato, tre anni di fame.  Ma non si è arreso, ci ha sempre sostenuto: ci ha rincuorato, ha riso, scherzato, ci ha incoraggiato. Non ha mai dubitato nemmeno per una frazione di secondo di ciò per cui stava lottando e soffrendo.

Mio marito non poteva essere spezzato, ed è proprio per questo che Putin lo ha ucciso. Vergognosamente, vigliaccamente, senza mai osare guardarlo negli occhi o semplicemente chiamarlo per nome. E altrettanto vergognosamente e vigliaccamente stanno ora nascondendo il suo corpo, non mostrandolo alla madre, non consegnandoglielo, e mentendo pateticamente e aspettando che le tracce del nuovo “Novichok” di Putin scompaiano.

Sappiamo esattamente perché Putin ha ucciso Alexei tre giorni fa. Ve ne parleremo presto. Scopriremo esattamente chi e come ha commesso questo crimine. Faremo nomi e mostreremo volti.

Ma la cosa principale che possiamo fare – per Alexei e per noi stessi – è continuare a lottare. Più, più disperatamente, più ferocemente di prima. So che sembra impossibile fare di più, ma abbiamo bisogno di fare di più. Unirci in un pugno forte e colpire questo folle regime. Contro Putin, contro i suoi amici, contro i banditi in uniforme, contro i ladri e gli assassini che hanno paralizzato il nostro Paese.

Lo so, sento che siete lacerati dalla domanda: perché è tornato? Perché si è gettato volontariamente nelle grinfie di coloro che lo hanno quasi ucciso una volta? Perché un tale sacrificio? Dopotutto, avrebbe potuto vivere in pace, per dedicarsi a sé stesso e alla sua famiglia. Poteva non parlare, non indagare, non esprimersi e non combattere.

Ma non poteva. Alexei amava la Russia più di ogni altra cosa al mondo. Amava il nostro Paese, amava voi. Ha creduto in noi, credeva nella nostra forza, nel nostro futuro, nel fatto che meritiamo di meglio. Non a parole, ma nei fatti. Così profondamente e sinceramente che era pronto a dare la vita per questo. E il suo grande amore ci basta per portare avanti la sua opera. Per tutto il tempo necessario. Con la stessa determinazione e il medesimo coraggio di Alexei.

Tutti pensano ora: dove trovare questa forza? Come continuare a vivere? Ecco dove prenderemo forza: nella sua memoria, nelle sue idee, nei suoi pensieri. Nella sua inesauribile fiducia in noi. È lì che cercherò la mia forza.

Uccidendo Alexei, Putin ha ucciso metà di me, metà del mio cuore e metà della mia anima. Ma l’altra metà ce l’ho ancora e mi dice che non ho il diritto di arrendermi. Porterò avanti la causa di Alexei Navalny. Continuerò a lottare per il nostro Paese e vi invito a stare al mio fianco per condividere non solo l’infinito dolore che ci ha avvolto e che non ci abbandonerà. Vi chiedo di condividere con me la rabbia. Furia, rabbia, odio per coloro che hanno osato uccidere il nostro futuro. Mi rivolgo a voi con le parole di Alexei, in cui credo fermamente: non è un peccato fare poco – è peccato non fare nulla. È peccato lasciarsi intimidire.

Dobbiamo sfruttare ogni opportunità: lottare contro la guerra, contro la corruzione, contro l’ingiustizia. Lottare per elezioni giuste e per la libertà di parola. Lottare per riprenderci il nostro Paese. La Russia – libera, pacifica, felice – la bella Russia del futuro che mio marito sognava tanto. Questo è ciò di cui abbiamo bisogno. Voglio vivere in questa Russia. Voglio che i nostri figli ci vivano. Voglio costruirla insieme a voi, esattamente come l’ha immaginata Alexei Navalny: piena di dignità, giustizia e amore. Solo così e in nessun altro modo il sacrificio inimmaginabile da lui compiuto non sarà vano.

Combattete e non arrendetevi. Io non ho paura – e voi non dovete avere paura di nulla.

Con estremo coraggio Navalnaya ha quindi preso il testimone del marito, incarnando così il coraggio del popolo russo che si ribellò all’oppressione dell’impero zarista e che oggi lotta contro la dittatura di Putin e dei suoi oligarchi.

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