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Teora – 40 anni dopo il Terremoto del 1980

Teora, in provincia di Avellino dopo 40 anni dal grande sisma che distrusse letteralmente le vite di migliaia di persone. Un paese che sopravvive nel silenzio assordante di quella sera. Ancora per le strade, chi c’era, versa le lacrime pensando al passato mai stato così presente.

Prima del sisma Teora contava 3000 persone: dopo il boato, il nulla! Furono quasi completamente distrutti i paesi di Castelnuovo di Conza, Conza della Campania, Laviano, Lioni, Sant’Angelo dei Lombardi e Santomenna; distruzioni estese a oltre il 50% del costruito furono riscontrate a Balvano, Calabritto, Caposele, Guardia Lombardi, Pescopagano, San Mango sul Calore, Senerchia, Teora e Torella dei Lombardi.

teora
Teora dopo il sisma
Le abitazioni costruite dopo il terremoto

Oggi 23 novembre 2020, tutti i paesi colpiti dal sisma hanno organizzato una Santa Messa in memoria delle vittime.

Teora – Santa Messa per le vittime del Sisma

Teora – Orologi fermi alle 19.40: un boato. Ad oggi un suono all’unisono di sirene per accompagnare le urla di dolore della gente che ancora muore.

Terremoto

C’ è differenza, tra fare e non fare. Io l’ ho fatto, il soldato. Di leva. Mi hanno
levato, un anno. Della mia vita. C’ è differenza, tra partire e non partire. Io
partii l’ 11 novembre 1980. Destinazione Lecce. Reparto carristi. Ci insegnavano come si guida, un carro. Armato. Io non volevo, fare il soldato. Poi, il 23 novembre del 1980. Il terremoto. In Irpinia. 3.000 morti. 300.000 sfollati. Dopo pochi giorni, all’ufficio Fureria. Chiesero volontari, per i soccorsi. Diedi il mio nome. Sei troppo magro. E piccolo. I volontari vennero trovati. La sera, prima di partire, per Avellino. Un volontario si ritirò. Mi chiamarono. Sei magro, e piccolo. Ma vai bene lo stesso. Partii volontario, per i soccorsi. In Irpinia. Facevo qualcosa, di utile.

Fuori, dal carro. Armato. Telefonai alla mamma. Pianse. Telefonai alla ragazza.
Pianse. Se non piangi, ti sposo. Quando torno. Dal militare. Partimmo, la notte del 4 dicembre. Arrivammo, a mezzogiorno. Nel comune di Teora. Avellino. Un paese di 2.500 anime. A Teora, trovammo l’inferno. C’erano stati 500 morti. Le bare, erano accatastate ai muri, rimasti in piedi. C’è differenza, tra la vita e la morte. La notte, dovevamo montare di guardia. Contro gli sciacalli. Spara. Mi dissero. Se li vedi. Io guardai in alto. Non c’ erano, nemmeno più le stelle. Quelle rimaste. Erano
sul colletto, della mia giacca, militare. C’ è differenza, tra sparare e non sparare.
La prima notte, dormimmo in quindici, soldati. Dentro la cassa. Del camion.

Io ero l’ultimo. Vicino allo sportello, di uscita. Ero magro. Era freddo. Le coperte, le
avevamo prese dai cassonetti. Dell’ immondizia. C’ è differenza, tra il caldo e il
freddo. Quella notte. Fecero molte scosse. Sentivamo i bambini urlare. Io, sentii
anche qualche soldato. Piangere. Dentro la cassa. Del camion. La seconda notte.
C’erano tende. Nel campo da calcio. Di Teora. I civili trovarono alloggio. Nelle
tende. Poi anche qualche soldato. Restammo in tre. Nella cassa. Del camion. Riempimmo le gavette di alcool. Demmo fuoco. Fece così caldo, che dormimmo fuori, dai sacchi a pelo. Un giorno. Incontrammo una ragazza. Ci fecero una foto. Adesso, è in un cassetto. Un giorno. Incontrammo un uomo. Ci raccontò che sua moglie. Era nel letto.

Con lui. Prima del terremoto. I soccorsi trovarono lui. Vivo. Lui disse che sua
moglie, era a pochi metri. Ma i soccorsi, non l’ascoltarono. Trovarono sua moglie,
dopo dieci giorni. Dove lui aveva detto. Morta. Quell’ uomo, lo raccontava a tutti.
Quelli che incontrava. E piangeva. Ma tutti, a Teora, piangevano qualcuno. Partimmo
il pomeriggio del 12 dicembre. C’è differenza tra partire e non partire. Io, da Teora, non sono mai partito. Poi, il terremoto all’ Aquila. 6 aprile 2009. Dopo venti giorni. Sono andato. Da Anna e Paolo. E Stefania. All’ Aquila. Erano vivi. Ho sposato la mia ragazza. E non ti ho detto. Che a Teora, Dopo dodici giorni. Trovarono una bambina. Di tre anni. Viva. Ma io. Non parto mai. Un giorno, prendo un terremoto. E lo porto lontano.
22 novembre 2010 Giuliano Bugani, operaio, giornalista, poeta.

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