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Il Parco dei Mostri a Bomarzo: un mistero in continua evoluzione

L’alone di mistero che avvolge le creature del parco dei mostri si alimenta ogni volta che un visitatore lo esplora.

Alle falde del monte Cimino, Bomarzo, si arrocca su una collina offrendo ai turisti una visione incantevole e immersa nel verde.

Borgo laziale che scende a patti con il Tempo, conquista una dimensione irreale in cui l’arcano gioca a nascondino con la curiosità.

Bomarzo sovrasta il paesaggio circostante su una collina di tufo, accentuata da profonde vallate percorse da corsi d’acqua.

Luogo eletto per accogliere un giardino del ‘500, fortemente voluto da Pier Francesco II Orsini; si rivela trattenendo, gelosamente, tratti in ombra così che possa rinnovarne un’affascinante atmosfera di mistero. Sin dagli anni ’50, intorno alla Villa delle Meraviglie, nota anche come Parco dei Mostri, fioriscono svariati tentativi di rivelare le ordite trame che ne hanno sostenuto la creazione.

La Tuscia viterbese è la culla ideale per accogliere il “Sacro Bosco”, che sembra condividere il suo fascino con una piramide di origine etrusca, riportata alla luce solo nel 1911.

Numerosi sono gli artisti e gli studiosi inesorabilmente attratti dall’aura di esoterismo, erotismo misto ad un’insidiosa sensazione di impotenza di fronte alla maestosa narrazione delle creature del parco.

Dalì e i mostri del parco

Salvador Dalì accolse, nella sua nota visione surrealistica, una fantasia legata alla “casa sbilenca” che divenne dimora ideale per una strega. Dalì divenne testimone dell’insolita e bizzarra bellezza del parco. Il primo arcano che inaugura un percorso senza pari, è una panca in pietra, disseppellita e rimontata fino a ricostruire un’incisione che ricorda l’avventura dantesca:

Voi che pel mondo gite errando vaghi
Di veder meraviglie alte e stupende
Venite qua ove sono facce horrende
Elefanti, leoni, orsi et draghi

Quando i miti prendono vita

E dalla fantasia degli avventori e degli abitanti del posto nasce il mito, quella dimensione di fertile “inganno” della ragione.

Tutte le creature che popolano il giardino diventano, così, mostri e demoni, forieri di funesti messaggi, ognuno protagonisti di saghe spaventose.

Le voci del volgo tentavano di rivelare l’identità di colui che aveva popolato il giardino di simili creature.

Si narrava di un principe gravato da un’orribile gobba che visse con l’unica compagnia di una nonna; costui dava in pasto ai mostri tutte le donne che amava fino a che una di loro non riuscì a strozzarlo nel sonno con la sua treccia.

Una versione più romantica vede protagonista un principe particolarmente brutto; lo stesso si circondò di mostri di pietra per mostrare alla moglie che la bellezza ci cela anche dietro un’apparente bruttura.

Una storia senza testimoni

Dicerie popolari si intrecciano con i frammenti di una storia che concede svariate lacune.

Un elemento che sembra emergere, tuttavia, è la presenza sovrastante di un femminile che domina, inquietante ed amorevole nel contempo.

Lo stesso emblema che, nei miti popolari prende la vita del suo principe, lo ama di un amore contrastato, lo rende pazzo rifiutandolo.

Un labirinto di emozioni che prendono vita dall’inerzia delle pietre, si imbattono nell’enorme bocca dell’orco, si soffermano ai piedi dell’enorme tartaruga che sembra oziare in attesa di riprendere a camminare.

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