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Padre Groeschel: “Sono i bambini che seducono i preti”, una dissociazione chiamata “missione”

Padre Groeschel ci conduce sul ciglio di un baratro e l’unica direzione possibile è un passo in avanti. Un viaggio che non concede alcun ritorno o ripensamento; certe affermazioni non possono essere ritrattate, non a costo del più feroce dei compromessi.

Vediamo ciò che vogliamo vedere quando ci innamoriamo, quando abbiamo paura, quando preferiamo abbandonarci alla fantasia. Vediamo ciò che vogliamo vedere quando un frammento di raziocinio sopravvissuto, tenta di rendere meno scabroso quel che desideriamo. Il nostro diritto di appropriarci dell’oggetto del desiderio si esaurisce nel momento in cui interviene la morale, l’etica, il buon senso, i limiti naturali della libertà individuale che si imbattono nelle “restrizioni” del rispetto per l’altro.

Un discorso generico che è lungi dal senso di ribrezzo che mi spinge a scrivere. Leggo e inorridisco, ma non oso arrendermi al disappunto, alla mia viscerale necessità di mettere distanze da quello che resta inconcepibile. Padre Groeschel affermerebbe:

“Sono i bambini che seducono i preti”

Disarmo questa “feroce” affermazione con l’unica arma che dispongo: il condizionale e con esso il dubbio. Non posso credere, anche davanti all’evidenza, si tenti di giustificare a se stessi o ad un’intera categoria, qualsiasi forma di pedofilia.

In fondo lui, povero, inerme Padre Groeschel, non farebbe che accogliere uno “slancio” di una delle sue pecorelle, forse quella più bisognosa di affetto, di attenzione, di contatto. La sua è una missione, si limita ad assumere, in pieno, tutti i doveri che il suo “voto” gli impone. Insieme alla “povertà” dei mezzi, coerentemente, offre alla sua gente, la povertà di spirito. Nelle sue parole lo specchio di un modo di gestire la sessualità, un’alterazione quasi dissociativa di ciò che diviene lecito solo per il fatto di essere tristemente diffuso.

Il vaso di Pandora di Padre Groeschel

Finiremo per non scandalizzarci più allo stesso modo, per associare il clero a certe modalità; quel che è fondamentale scindere, in modo piuttosto netto, la spiritualità, quella vera, dagli individui che, a prescindere dal ruolo, restano dei “malati”. La malattia non risiede tanto nel passaggio all’atto, ma nella “prefazione”, in quelle fasi precedenti che conducono all’azione, rendendola sempre meno scabrosa. Quel che ne deriva, poi, è una vita segnata per sempre e 5 minuti di libido di un uomo “rispettabile”. E’ nelle dichiarazioni del frate francescano che risiede tutta la potenza di questo meccanismo dissociativo tra l’atto e ciò che ne sostiene la motivazione, il desiderio, l’incapacità di capire quanto possa essere sbagliato.

Un vaso di Pandora che sprigiona la “bruttura” più potente, quella che ha finito per divorare tutte le altre e “vomitare” l’unica redenzione possibile: la consapevolezza di essere immeritevole di “condono” o di perdono.

Il convolgimento di un minore è ciò che rende la sessualità dei sacerdoti, seppur naturale e innegabile, un abominio che marchierebbe qualsiasi altro uomo. Ad un uomo di chiesa se affidiamo la nostra anima, siamo disposti a concedere ogni frammento del nostro essere materiale e immateriale. Cosa poi, in certi casi, intervenga nel rapporto di “comunione” fino a farlo diventare di “carne”, per imposizione, per manipolazione, solo la psichiatria può spiegarlo. Eh si, perchè l’anima ha smesso da un pò di essere coinvolta.

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