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Malak Nabi Khalil, martire di una guerra di anime e fango

Malak Nabi Khalil era poco più di una bambina, con la speranza trattenuta tra occhi e angolo della bocca. 16 anni e uno zaino logoro di sogni che scalpitavano e una cultura impegnata nella disillusione. Viveva in un villaggio del distretto di Afrin. I suoi risvegli, ogni giorno, erano una promessa ad una terra “difficile” che non si sarebbe arresa. Un “speranza” di giovane donna che sapeva illudersi di cambiare il suo mondo, fino a quel maledetto giorno…


Le milizie Jihadiste che, insieme all’esercito turco, avevano occupato il suolo che ogni giorno, leggera, calpestava. Non si sono limitati ad invadere e oltraggiare la sua terra. L’hanno prima rapita, poi stuprata e infine barbaramente uccisa e gettata in un campo. A faccia in giù, persa tra fango ed umiliazione, affoga i suoi sogni e li lascia annegare.
Una violenza che nessuno osa capire, nemmeno con la falsa illusione dei retaggi culturali; quelle feroci realtà in cui la donna si riduce ad un corpo da svestire e oltraggiare. Aveva solo 16, meno vita vissuta rispetto a quella che ancora aveva da vivere. Martire, come la sua terra.

Malak muore perchè curda

Afrin, è inferno in bianco e nero in cui la sola sfumatura ammessa è quella del sangue versato senza darvi peso. Intanto in mondo guarda altrove, perchè è inconcepibile, impensabile che in qualche parte della Terra si uccide per un potere che ha sete di orrore.

Intorno al viso affondato nel fango senza dignità, il silenzio disarmante, lo sdegno silenzioso, l’impotenza colpevole. Era curda e la sua colpa non poteva essere espiata; l’oltraggio di essere nata in un mondo sbagliato per essere vissuto da una sedicenne. Un disumano gioco a scacchi del cambiamento demografico della zona di Afrin, un piano sanguinario di Erdogan. Intanto diventa amaramente lecito decimare i curdi, nel modo meno dignitoso possibile. Sottrarre vita e orgoglio con la semplice volontà che, prima di armare la mano, ha già ucciso nell’anima.

Sogna ancora Malak, lasci una terra di fango e sangue con gli occhi che non vogliono spegnersi, non ancora.

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