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Giovanni Bollea ci dona le regole “auree” per un bambino felice

Sono solo sette i suggerimenti di Giovanni Bollea, una delle figure più illustri della neuropsichiatria infantile. Nessun assioma incontestabile, solo una strada senza buche nel sentiero che conduce alla serenità del nostro bambino.

Mettere al mondo un bambino non si traduce in accesso “automatico” al mondo ideale ed idealizzato dei genitori da “mulino bianco”.

Talora sono le “imperfezioni” a generare quel meraviglioso e unico tratto caratteriale nel nostro bambino.

L’arte di essere genitori

Le prescrizioni, di cui è ridondante la pedagogia attuale, sembrano suggerirci un manuale che sia di riferimento generalizzabile per ogni situazione.

In realtà è un’illusione che “accorre” per rassicurarci, in un percorso labirintico in cui le incertezze fanno da copione.

In una dimensione storica e sociale in cui una scelta di genitorialità è sempre più messa in discussione, l’ansia legata al compito evolutivo più arduo pare giustifichi un netto calo delle nascite e la moltiplicazione delle coppie che scelgono di non avere figli.

S.O.S. genitori

Un sospiro di sollievo, così affannosamente ricercato, tra le svariate indicazioni di ordine pedagogico, ce lo concede Giovanni Bollea

Padre della moderna neuropsichiatria infantile, evidenzia come la “spontaneità” sia l’ingrediente più efficace per essere dei genitori “sufficientemente buoni”.  

Nel suo prezioso testo “Le madri non sbagliano mai” suggerisce un “rilassato” ricorso agli strumenti antichi e semplici dell’amore, dell’ascolto, dell’esempio.

La sua esperienza clinica gli ha consentito di “individuare” pochi e basilari suggerimenti a cui i genitori possano far riferimento.

L’obiettivo che emerge su tutti gli altri è quello di donare al proprio figlio, la luce degli occhi che solo la felicità può assicurare.

Per essere sereni, occorre, tuttavia, “fondersi” con una società sana e rispettosa i cui protagonisti siano futuri cittadini responsabili e rispettosi.

Sette regole auree per l’educazione dei nostri bambini


La spontaneità del dare senza eccedere

1) Dategli meno. Hanno troppo, non c’è dubbio. Il consumismo fa scomparire il desiderio e apre le porte alla noia.

2) Quella che conta è l’intensità, non la quantità di tempo passato con i bambini. I primi venti minuti del rientro a casa dal lavoro sono fondamentali. Devono essere dedicati al colloquio e alle coccole. E non certo a chiedere dei compiti o dei risultati.

Pane, amore e fantasia

3) I giochi più educativi sono quelli che passano attraverso la fantasia della madre e le mani del padre: bastano due pezzi di legno, ma i genitori ormai non sanno più inventare.

La responsabilità delle piccole conquiste

4) Dai tre ai cinque anni è bene avviare i bimbi ai lavoretti a casa, assieme ai genitori. È utile che sappiano stirare con un piccolo ferro o attaccare un bottone.

5) Sport. Prima di tutto deve essere lui a desiderarlo. Meglio se lo fa in gruppo, facendo capire che agonismo significa emergere con fatica e non diventare campioni. Ottime due o tre ore di palestra alla settimana. Poca competizione, grande beneficio fisico.

6) Va incoraggiata la cultura artistica abituandoli al bello. Teatro, musica, arti visive creano il desiderio di migliorare. I soldi spesi per la cultura sono quelli che rendono di più.

Donne part-time

7) Ultimo suggerimento: ho una mia teoria e forse mi prenderanno in giro. La chiamo: la donna a tre quarti del tempo. Le donne che lavorano, la maggioranza, a fine giornata pensano già ai figli, alla spesa, agli impegni di casa e rendono poco. Non sarebbe meglio lasciarle uscire mezz’ora prima? I figli, tornando da scuola, le avrebbero a casa meno stressate e più disponibili. Più che di corsi, è di questo che i bimbi hanno bisogno.

Del resto, come ci insegna Bollea, il sorriso del bambino è la naturale espressione del suo essere al mondo, il ridere una conquista a partire da un’esperienza d’amore.

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