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“Fratelli Bianchi”, un fenomeno più di diffuso di quanto si voglia ammettere

“Fratelli Bianchi”, hanno un volto, anche piuttosto insulso, e un’espressione che sembra essere un virus che contagia il pensiero collettivo.

Quando ci si immerge nella violenza, nell’unico oceano possibile concesso, si indossa un abito di maglie di ferro. L’aggressività diventa un copione, quasi inconscio, che non lascia considerare alcuna alternativa possibile. Così le parole diventano spine e quell’espressione un moto di orgoglio con cui sottolinearle. Anche il corpo si adatta, scolpisce muscoli e atteggiamenti con la fredda coerenza del bullo che non esita.

Comunica così, con il piglio della sola sopraffazione fisica. Il violento nasconde la sue insicurezze dentro un pugno serrato. Quando non trova la giusta parola per farsi comprendere, “gonfia” il suo corpo, alzava voce nella convinzione che un animale più grosso sia imbattibile anche se la sua preda è più agile mentalmente.

Come un organo che smette di funzionare al meglio, attiva risorse latenti. Così il violento, incapace di imporsi con un’acuta diplomazia, rende il suo corpo la sua ‘arma’ di comunicazione.

Spesso l’aggressività è una comunicazione appresa, un modus operandi che si eredita o si facilita. Per coerenza con i modelli educativi trasmessi finisce in buona parte nell’inconscio. Ma questo non è il caso dei fratelli assassini di Willy dove un’aggressione con un esito infausto sembra poggiare addirittura sulla premeditazione. Il “post” è ancora più sconcertante se analizziamo che:

  • Qualcuno, forse i parenti degli assassini, hanno sminuito l’atto con uno dei più vili stratagemmi. Hanno accolto e tradotto buona parte dell’atmosfera politica, sociale e culturale del Paese con un “era solo un immigrato!”
  • Altra manovra per contenere un acting out per mano di “bianchi” nei confronti di un ragazzo di colore è sottolineare la giovane età delle persone coinvolte con un insidioso corollario: “una ragazzata finita male”.
  • Ancora, i “ragazzacci” sono degli atleti esperti di arti marziali. Che gli sia “sfuggita di mano” una competenza di troppo?
  • Pare che nel marasma faccia capolino una fidanzata in attesa di erede. Il povero ragazzotto tutto muscoli è persino in grado di procreare. Cosa ne sarà del suo pargolo senza un padre? Di certo (e mi duole dirlo) senza una tale guida di certo avrà prospettive più luminose.
  • Altra “macchinazione” mediatica è rispetto al destino che i giovani assassini incontreranno tra le mura del carcere. Hanno invocato l’isolamento e qui crolla rovinosamente qualsiasi barlume di inconsapevolezza della loro “aggressività appresa”. Ben consci del peso della violenza sulla loro pelle tatuata, ora tremano; qualche giorno prima saltavano sul corpo esanime di un ragazzo di non più di 45 kg.

Ora non ditemi (come ho già letto altrove) che questi ragazzi devono essere recuperati; ad essere recuperato, invece, deve essere il peso della giustizia, lo spessore delle azioni compiute, la consapevolezza che una vita interrotta in questo modo non è che un definitivo “per sempre”. E non è un amore che accoglie la promessa di eternità, ma una morte da cui non si torna indietro. Per questo esiste una vittima, dei carnefici e tutto il resto è solo vuoto che avanza nelle nostre anime.

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