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Aracne tra mito ed emancipazione

La figura mitologica di Aracne, un femminile che ritorna, irrompe oggi come ieri tra storia, mito e attualità con la medesima forza simbolica della sfida al divino, al potere superiore, all’uomo che vuole sottomettere, alla società che svilisce.

Aracne non soccombe, si sottomette al rito per riproporsi sotto più attuali spoglie, si lega all’arte per esprimersi, si aggrappa alla storia per conservare il suo significato originale; danza tra tempo e spazio e ritrova la sua dimensione odierna nel fenomeno del tarantismo pugliese, un rituale coreutico-musicale volto a contrastare gli effetti del morso di un ragno mitico, la taranta.

La lotta eterna

In antitesi, in una lotta eterna è una società che impone i suoi limiti e un femminile che si dimena nelle ristrettezze anguste di un’espressione erotica ostacolata dai retaggi patriarcali di una cultura prevalentemente maschilista. Così la donna ricorre alla sublimazione della sua prorompente femminilità, cede all’isteria di un impulso che non vuole essere sedato, non si arrende. La “tarantata” assimila le sembianze e i poteri del ragno, si lega al simbolismo del filo, della trama ordita che ripropone la danza eterna e indissolubile della vita e della morte.

Alla potenza emblematica del ragno si connette la valenza antitetica e compresente del bene e del male; aracnide laborioso, preciso, capace di tessere tele resistenti e rappresentative di un’architettura che ripete i suoi schemi all’infinito rassicurando ed irretendo la sua preda. Quasimodo, nel descrivere il tormento della donna che cede alle lusinghe di un essere superiore, scrive:

Esprime l’impulso feroce di un inconscio che non può e non deve rivelarsi in quanto soggetto al vissuto repressivo della cultura in cui la donna deve mantenere il contegno della maternità e la repressione di una femminilità “troppo” prorompente oltre che una strisciante insoddisfazione affettiva.

Cosa sopravvive di un mito così complesso nel femminile attuale?

Aracne è vittima e carnefice, invischiata nell’ambiguità della donna che insegue una difficile emancipazione assicurando, alla sua irrinunciabile natura, la dimensione di maternità confortante e dal retrogusto di rinuncia; questo perché il dilemma resta lo stesso, nonostante una società che urla “evoluzione” ai quattro venti: famiglia o carriera?

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