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Haters, quando l’odio arriva a destinazione, passando per una psiche “virtuale”

Haters non è una semplice definizione, ma una realtà che dilaga e miete vittime. L’attuale e sconcertante preponderanza del virtuale sulla vita reale ha dato vita a “personaggi fittizi” che, fuori dai social, sembrano essere evanescenti. Vi investono buona parte della loro relazionalità e un’emotività che sfida i confini dei contatti reali prende forme esasperate. La comunicazione è mediata da uno schermo; lo stesso diventa una sorta di maschera protettiva entro cui rifugiarsi per sviscerare, senza alcuna inibizione, un mondo interno che diventa incontrollabile. Si verifica una sorta di fusione, un’amalgama confusa tra quello che si “può” essere e quello che si “vuole” mostrare. Crollano le barriere necessarie ad un contatto efficace e ci si immerge in un vischioso turbinio di fantasie, emozioni, aspettative irrealistiche, maschere relazionale.

Haters e la comunicazione paradossale

Tutta la comunicazione è sperimentata su una tastiera, come un prolungamento materiale di una volontà sempre meno cosciente. Ciò che in genere si esprime attraverso le parole, oggi può essere “semplificato” con emoticon, videomessaggi, canzoni, immagini. Quel che si annida nelle pieghe di una comunicazione così ridondante, è l’ambiguità, quello spazio confuso i cui i significati sono attribuiti piuttosto che accolti. Le piattaforme social sono preziose nel momento in cui mettono in contatto con una facilità che prima era preclusa; diventano insidiose perchè non consentono di pesare le parole, di selezionare i contatti, di sperimentarsi con l’esperienza reale.

Mentre la comunicazione assume toni sempre più “tipici” di tale potenzialità e insidie, la psicologia si adegua; un’adesione drasticao, alle nuove realtà individuali e le dimensioni collettive. In particolare i social network, hanno involontariamente promosso l’insorgenza e la diffusione su larga scala di comportamenti negativi e distruttivi; definiti “aggressioni elettroniche”, ovvero comportamenti aggressivi messi in atto attraverso l’uso mediato delle tecnologie.

Aggressioni elettroniche: la rete vischiosa del cyberbullismo

Attualmente sono due le macrocategorie entro cui convergono due forme principali di aggressione elettronica; si distinguono per la presenza o l’assenza di una o più vittime specifiche. Nel primo caso, in cui le aggressioni sono rivolte a una persona o a una minoranza, si tratta di molestie online, si rivolgono a vittime prescelte. Un forma eclatante e tristemente attuale è quella del cyberbullismo; un comportamento aggressivo, ripetuto e sistematico, rivolto a una persona specifica e perpetrato tramite gli strumenti dei nuovi media.

Rientra nella fenomelogia del bullismo e l’aggressione alla persona o alle persone a cui è diretta avviene attraverso l’uso di device tecnologici e delle loro funzioni; strumenti come instant messaging, commenti online o email. Gli aspetti più allarmanti di questa forma di bullismo sono la rapidità e la globalità della diffusione su larga scala; ne consegue che i contenuti lesivi trasmessi raggiungono la vittima contestualmente e sono difficilissimi da arginare.

I troll/haters si nascondono, ma non si risparmiano

La rete, nelle sue potenzialità, ma soprattutto nelle insidie accoglie una seconda forma a di aggressione elettronica; al contrario, non si rivolge ad una vittima designata. Parliamo dei famigerati “haters” o “troll”;ovvero persone che sfruttano il mondo online per connettersi in modo anonimo e scrivere commenti crudeli e brutali apparentemente senza uno scopo preciso. L’effetto voluto è la reazione di altri utenti e un polverone mediatico giustificato dalla ferocia dei commenti. Secondo uno studio condotto nel 2016 da Vox – Osservatorio Italiano sui Diritti e da alcune università italiane, le categorie particolarmente colpite sono le donne; ancora, gli omosessuali, i migranti, i diversamente abili e le persone di religione ebraica. 

L’effetto di disinibizione online

Protetti da uno schermo e dalla possibilità di tutelarsi con l’anonimato, le barriere della disinibizione sociale crollano; la disinibizione è un traguardo che ognuno si impone di oltrepassare, arrivando a forme sempre più crude e feroci di relazionarsi. Questo fenomeno è stato definito effetto di disinibizione online (Suler, 2004). Alla base dell’effetto di disinibizione vi sarebbe la natura stessa del cyber spazio, caratterizzato da:

  • anonimità dissociativa: a differenza della comunicazione diretta, la comunicazione mediata da uno strumento offre alle persone l’opportunità di sperimentare una separazione e distinzione delle loro azioni online dal loro abituale stile di vita e dalla loro vera identità.
  • invisibilità: il fatto che nel mondo online le persone non possano vedersi l’un l’altra contribuisce ad aumentare l’effetto di disinibizione dando il coraggio agli utenti di esplorare luoghi o fare cose che altrimenti non farebbero.
  • asincronia: nella comunicazione online manca spesso la sincronia comunicativa, e gli scambi non sono in tempo reale. Il fatto di non dover far fronte alla reazione istantanea dell’altra persona contribuisce all’effetto di disinibizione. Infatti, se l’utente non ha modo di vedere la reazione dell’interlocutore e di adattare la propria comunicazione di conseguenza può essere portato a persistere nella strategia comunicativa in atto, anche e soprattutto nei casi in cui questa è lesiva, magari più di quanto inizialmente preventivato.
  • immaginazione dissociativa: l’opportunità data dal mondo online di dissociarsi, combinata alla possibilità di creare un proprio personaggio in parte (o totalmente) immaginario, amplifica l’effetto di disinibizione, poiché le persone consciamente o inconsciamente collocano questo personaggio in un altro spazio separato e distinto da quello della vita reale, uno spazio in cui le conseguenze delle proprie azioni sono concepite (spesso erroneamente) come meno intense e potenzialmente problematiche.
  • minimizzazione dell’autorità: la mancanza di indizi non verbali riduce l’effetto di norme sociali le quali, nel mondo reale, contribuiscono a regolare il comportamento. Per esempio, gli utenti non sono portati a riconoscere l’autorità degli altri (di solito comunicata tramite indici sociali e non verbali, come la postura o l’abbigliamento) e di conseguenza non regolano il loro comportamento come farebbero se la conversazione si sviluppasse in contesto non mediato.

Le motivazioni degli haters

I comportamenti negativi sono giustificati da tratti di sadismo che, nella vita reale, sono trattenuti dalle regole di condivisione. Il tutto è condito da una pericolosa sensazione di “onnipotenza” che deriverebbe dal potere di ferire l’altro, di farne bersaglio di tutte le frustrazioni che sentono il bisogno di proiezione. Diversamente da bulli e cyberbulli, i troll psicopatici, che si focalizzano comunque su un range relativamente limitato di persone da infastidire, tendono a preferire vittime che percepiscono come popolari, attraenti, di successo; diventa una sfida che si fa interessante atraverso l’umiliazione sistematica della vittima designata.

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