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Un appello che non deve essere ignorato, non è una vita di troppo!

Accolgo un appello e agisco d’istinto, lo stesso istinto che ho in custodia dai miei avi, quando non esistevano troppe remore nel porgere la mano. Prendo distanza da ogni corrente di pensiero che pregiudica l’empatia, mi lascio rapire dalle parole di un uomo, uno come tanti, che non si è voltato dall’altra parte. Scelgo di essere impopolare e lo farò a mie spese, scelgo di essere recettiva verso quel dolore che non mi appartiene, ma che non può restare troppo distante dalla mia anima.

Immagino, poi, di essere sola, in un mondo di parole incomprensibili, tra persone che sottolineano, con la rigidità del sospetto, quanto mi siano diversi. Mi immergo in una cultura “non mia” e decido, coscientemente, di sbagliare per principio. Non esistono culture che non mi appartengono finchè non decido di accoglierle; così vanifico la “vanagloria” dei confini, le presunzioni di superiorità, i pigmenti della pelle che sembrano imprimersi nell’identità e non nelle apparenze.

Immagino me stessa in un territorio ostile, inospitale, insofferente, indifferente. Inizio a non sentire nulla, la mia prima, necessaria difesa che mi soccorre. Per esistere devo annullare la cornice, divento una tela “orfana” e nulla vedo intorno a me, se non la feroce necessità di sopravvivere ad un buco nero. Sono “latenza”, silenzio “morto”, attesa. Mi lego ai ricordi della mia Terra, alle immagini familiari, al fragile desiderio di esser visto, pur restando cieca, per difesa. Qualcuno comprerà le mie collanine colorate e lo farà evitando accuratamente il contatto, i miei occhi che hanno smesso di cercare. Immagino me stessa in quasto sterile involucro lattiginoso che qualcuno chiama mondo, altri gabbia; io lo chiamo “sopravvivenza”.

L’appello del “dissidente”

Ma qualcuno, un “dissidente”, si distrae dal “pensiero comune” e mi rivolge l’attenzione. Brucia come raggi di sole sulla pelle già arsa. Mi inquieta, mi ferisce, mi confonde. Penso voglia farmi del male, ridere di me, insultare le mie origini come fossero colpe. Divento così piccola che la mia anima non si contiene e si contorce. L’uomo mi sorride, sembra vedermi ed io mi vergogno del mio aspetto. Una sensazione nuova, ora che qualcuno mi vede, smetto di essere “trasparente” per difesa e faccio i conti con la mia natura “beffarda”. L’uomo che mi sorride ha una storia da raccontare, una storia in cui io, l’essere invisibile, sono protagonista. Voglio ascoltarla e piangere di tenerezza, frustrazione, dolore “rappreso”:

Primo giorno di ferie, mentre sono in mare scorgo uno dei tanti ragazzi arrivati nella nostra terra da lande lontane con il suo corredo di collanine e braccialetti colorati…vedo che nessuno gli si avvicina, esco dall’acqua e vado da lui…rimango paralizzato dal suo volto sfigurato da un destino impietoso, non ho mai visto una cosa del genere, forse non l’ho mai neanche immaginata…

compro due braccialetti, gli chiedo di aiutarmi ad indossarli, lui li avvolge attorno al mio polso con una grazia che non dimenticherò…parlo un po’ con lui, lo guardo negli occhi, lui fa lo stesso con una dignità quasi imbarazzante…vado via, sono sconvolto, torno in acqua con gli occhi lucidi, il pensiero è sempre a lui…

Non ci si può sempre girare dall’altra parte

”Non ci si può sempre girare dall’altra parte” penso e così, insieme al mio fraterno amico Peppino, dopo pochi minuti torno da lui…appena mi vede, quasi spaventato, dice subito “ce li ho i documenti, ce li ho”, mostrandomi quello che ha…lo rassicuro in un attimo e gli chiedo “hai bisogno di aiuto?”…in quel momento i suoi fondi occhi neri si dispiegano in un sorriso dolcissimo, “Sì”, mi risponde spalancandoli, quasi non aspettasse altro…gli chiedo di fare una fotografia nella speranza che, vedendola, qualcuno possa darci una dritta…guardate l’espressione del suo sguardo, sembra quasi una preghiera che ci scruta…

Alam ha 21 anni, è arrivato molto avventurosamente dal Bangladesh, vive ad Ostuni da un po’ in una stanzetta in affitto…mi racconta di essere stato al Perrino, al Policlinico di Bari, al Miulli, a San Giovanni Rotondo…ma il suo problema, quel volto che gli impedisce di avere una vita normale, anche a livello sociale, e che sicuramente lo danneggia anche nel suo umile lavoro, è sempre lì…non sono un chirurgo, ma immagino che il suo sia un caso davvero molto, molto complesso…ma so anche che la volontà e il cuore degli uomini può tutto, se davvero ci crede

…e allora VOGLIAMO AIUTARE ALAM? C’è bisogno di persone e anime eccezionali che accettino la sfida di dargli quello che la natura matrigna, in questo caso, gli ha tolto senza che ne avesse alcuna colpa…io ci proverò, chiunque abbia un suggerimento, una conoscenza, si metta una mano sulla coscienza e un’altra sul cuore…non ci si può sempre girare dall’altra parte…

Questo è un appello attinto dal web. Pare lo abbia diffuso un uomo che si è firmato “Nando Nunziante”. Non ho potuto fare a meno di accoglierlo perchè racconta di un giorno qualsiasi, su una spiaggia qualsiasi, di due uomini si sono guardati per la prima volta. “Guardati”, non visti e da lì si traccia una strada mai percorsa, una storia che attendeva di essere raccontata.

Quanti di voi, ora, oserebbero voltarsi dall’altra parte? Oggi, ad uno solo di voi potrebbe costar caro, uno solo e sarebbe abbastanza.

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