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9 Ottobre 1963, la tragedia del Vajont: per non dimenticare

Alle ore 22.39 del 9 Ottobre 1963, 58 anni fa, un versante del Monte Toc franò sopra il neo-bacino idroelettrico del Vajont, provocando la tracimazione di parte dell’acqua contenuta nell’invaso. La valanga d’acqua superò la diga (730mslm) incanalandosi nella valle del Piave, e spazzò via l’abitato di Longarone (473mslm) con i comuni limitrofi: quasi 2000 furono le vittime. Moltissime persone non furono nemmeno ritrovate, rimaste sepolte da strati di acqua e fango.

La diga del Vajont , per ironia della sorte, rimase intatta

La marea di detriti seguì il corso del fiume Piave, arrivando a sfociare pochi giorni dopo sul mare Adriatico. La diga, nonostante la frana e l’enorme sollecitazione provocata dall’acqua, rimase intatta.  

Immediatamente si misero in moto tutti gli enti per aiutare le vittime del disastro. Sul luogo accorsero l’Esercito Italiano, gli Alpini, i Vigili del Fuoco. Da tutte le parti del mondo arrivarono messaggi di solidarietà dai leader: John F. Kennedy, la regina Elisabetta II, il presidente della Repubblica Francese.
Oggi è visibile meno della metà della diga, circa 50 dei suoi totali 270 metri di altezza, e sulla quale è possibile camminare tramite delle visite guidate.

Ma facciamo un passo indietro..

La diga del Vajont è una imponente e indiscussa opera di grande ingegneria: una costruzione a doppio arco alta 264,6 metri che era la più grande del mondo nel suo genere.

L’anno successivo all’ultimazione dei lavori iniziò il collaudo con il riempimento del serbatoio: già il primo invaso mise in luce una generale instabilità delle sponde del lago, i cui versanti, in particolare il sinistro, erano interessati da segni di movimento quali alberi inclinati, profonde fessurazioni del terreno e fenditure sui muri delle abitazioni.

I primi dissensi

I primi dissensi nacquero però già agli albori del progetto. Infatti, i cittadini di Erto e Casso avrebbero perso alcuni terreni che la nuova costruzione avrebbe inevitabilmente richiesto. A queste preoccupazioni, si aggiunse una frana, a pochi chilometri di distanza, che causò la morte dell’operatore di sorveglianza della diga di Pontesei.
Nonostante le preoccupazioni gli ingegneri coinvolti nel progetto, non reputarono la zona di edificazione come una zona a rischio frane.

La colpa del disastro venne attribuita ai progettisti e dirigenti della SADE. Essi infatti sapevano che la zona da edificare era ad alto rischio di frana. Inoltre, la sera dell’accaduto, il livello di acqua all’interno del bacino artificiale era ben oltre il limite raccomandato e consentito dagli ingegneri.


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