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Il “Che”, la nascita di una “icona”

A cura dell’Architetto Marco Minichiello – Ernesto Guevara de la Serna detto il “Che” è stato un rivoluzionario, un medico, uno scrittore, un fotografo, una delle figure più leggendarie del ‘900.

L’immagine che ci accompagna è la famosa foto del Guerrillero Heroico di Alberto Korda che lo rappresenta con il basco e lo sguardo concentrato e pensoso che guarda lontano.

Un’immagine diventata simbolo delle lotte sociali, la ritroviamo ovunque ci sia una protesta politica, una manifestazione per i diritti, contro l’oppressione e le ingiustizie.

Il grande successo della foto è dovuto all’editore italiano Giangiacomo Feltrinelli che dopo la morte di Guevara la usò come copertina del libro Diario in Bolivia e la fece stampare in diversi manifesti.

Diventerà l’immagine più diffusa e conosciuta del Che, quella che tappezzerà muri, riviste, copertine di libri, magliette. La diffusione della sua immagine ha contribuito anche alla diffusione dei suoi ideali.

Il Che è stato uno dei riferimenti del ’68 e di tanti altri movimenti di rivolta, come anche recentemente della Primavera araba, perchè sinonimo di ribellione al potere. Simbolo per i giovani di intere generazioni perchè incarna il coraggio, l’inquietudine, la voglia di cambiamento.

Ha sempre cercato di mettere in pratica le sue idee, non si accontentava di leggere la realtà, ma lavorava per modificarla affinchè l’uomo potesse essere non più schiavo ma artefice del proprio destino: “ colui che non soccomberà alla natura sarà un uomo libero”.

Credeva nella libertà, nella giustizia, nell’uguaglianza e dedicò la sua vita alla causa rivoluzionaria, disposto a morire per la libertà dei popoli oppressi.

Il Che considerava la sua morte come naturale in un processo rivoluzionario e non lo spaventava perchè, come lui diceva, faceva parte del gioco.

Quando con il suo amico Alberto Granado a bordo di una moto intraprese un viaggio nei paesi del Sudamerica rimase molto colpito dalle condizioni in cui vivevano le popolazioni, dalle sofferenze dei minatori e dei contadini, dai forti contrasti tra ricchezza e miseria, dalle disuguaglianze economiche e sociali.

Alberto Granado e Ernesto Che Guevara – viaggio

Questo viaggio rappresentò una svolta per Guevara che cominciò a interessarsi alle questioni politiche e abbracciò le teorie marxiste convincendosi che solo una rivoluzione armata avrebbe potuto riscattare quelle popolazioni.

C’è da dire, comunque, che il suo mito era iniziato già sulla Sierra Maestra quando prese parte alla rivoluzione cubana, dando prova di coraggio, di spirito di sacrificio.
Sulla Sierra Maestra insegnava a leggere agli analfabeti perchè convinto che l’ignoranza fosse una schiavitù, un peso non meno della dittatura.

Riuscì a guadagnarsi il rispetto e l’ammirazione dei contadini, cosa di non poco conto se si pensa alla loro diffidenza.

Lo consideravano un essere eccezionale perchè veniva da lontano e perchè era un medico.

Si diceva che il comandante Guevara potesse essere in diversi luoghi contemporaneamente e combattesse stando in piedi tra le pallottole.

La sua figura è un esempio anche per il modo di intendere l’azione politica intesa come strumento per cambiare le cose e non per un arricchimento personale o per mantenere privilegi acquisiti.

Impegno e sacrificio di una vita dedicata alla causa rivoluzionaria, coerenza tra il dire e il fare. I presupposti perchè diventasse un mito c’erano tutti. La sua tragica morte avvenuta a 39 anni, il fatto che fosse giovane e bello, la coerenza con i propri ideali e l’essere pronto a sacrificarsi per raggiungerli, la somiglianza del suo corpo senza vita con il Cristo morto del Mantegna.

Che come il Cristo

Tutto ha concorso alla costruzione della sua leggenda, anche il periodo storico un’epoca in cui la società dell’immagine del consumismo si stava consolidando, periodo in cui la televisione prendeva il sopravvento sulla radio come mezzo di comunicazione.

L’immagine del “Che” tratta dalle tante foto che lo ritraggono in varie situazioni si presenta molto bene a renderlo immortale.

Il volto del “Che” è di per se simbolo di ribellione, dell’indignazione giovanile contro ogni ingiustizia, è un volto che invita a prendere posizione e a impegnarsi anche nelle piccole cose di ogni giorno.

È diventato un simbolo perchè credeva nell’uomo e aveva scelto consapevolmente di combattere e sacrificare se stesso per la libertà dei popoli oppressi. È diventato un simbolo perchè lo sentiamo vicino a noi per le sue idee, le sue azioni, la sua coerenza.

Il Che come divinità

La resistenza del suo mito è dovuta anche alle nostre insoddisfazioni, alla pochezza della politica e dei politici di oggi che chiusi nel proprio egoismo sono incapaci di dare risposte ai tanti problemi.

Prima di partire per la Bolivia scrisse una lettera ai suoi figli nella quale diceva: “imparate a sentire l’ingiustizia sofferta da qualsiasi uomo in qualsiasi parte del mondo”, un invito più che mai attuale in questo nostro tempo fatto di confini chiusi, di muri che si alzano e dove prevale il rinchiuderci in noi stessi perchè vediamo come una minaccia allo sbarco di gente disperata che cerca solo una vita migliore.

Quando i militari boliviani nascosero il corpo del Che non fecero altro che dare forza alla sua figura storica e alla sua legenda.

Durante un discorso per commemorare la sua morte Fidel Castro disse: “ non c’è nulla di strano se una persona percepisce la sua presenza, non solo nella vita di tutti i giorni, ma anche nei sogni e immagina che il Che è vivo e che la sua morte non è mai esistita.”

Jorit_Napoli

Al di là dei punti di vista, infatti non per tutti è un’icona oppure un mito, il suo è, comunque, un messaggio di speranza e fraternità universale.

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