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Disastro di Chernobyl: dal 1986 è ancora un fantasma in agguato

Chernobyl, l’eco mortifero di un disastro immane che, dal 1986, ancora rimbomba nella nostra memoria.

Una notte come tante. Un silenzio che rassicura il sonno e prepara al nuovo giorno. Poco dopo l’una del 26 aprile 1986 un esplosione che resterà nella storia; un incubo che si tatuerà, per sempre, sui volti di chi lo ha vissuto, nell’animo di chi lo ha subito.

Un guasto al reattore numero 4 nella centrale atomica di Chernobyl, un buco nella storia che la memoria colma di sofferenza, terrore, colpe taciute.

Un’esplosione che rimbomba in tutto il mondo

Una cronaca dalle tinte disastrose di una nube radioattiva in Ucraina, nei pressi di Kiev.

Una forma singolare che tutti abbiamo imparato a riconoscere e temere, un fungo mortifero che espanderà le sue radici tossiche in tutto il continente europeo.

Seguì l’inferno, un’ecatombe inenarrabile che nei giorni successivi cosparse tutto il territorio di morte e malattia.

Vittime di un destino radioattivo

A causa delle radiazioni rilasciate 31 uomini morti tra gli operai della centrale e i pompieri accorsi in loro aiuto.

Una morte quasi desiderata a causa delle atroci sofferenze dell’agonia.

Ma la dama nera, dall’ascia radioattiva continuò la sua missione negli anni successivi lasciando nell’incognita il numero esatto delle sue vittime, dirette ed indirette.

La nube radioattiva che si sviluppa investe tutta l’Europa provocando una serie di conseguenze nella popolazione.

Quella triste notte era in corso un test che necessitava la sospensione momentanea dei sistemi di sicurezza.

Una storia sempre attuale

Un insieme di tragiche fatalità che condusse al più disastroso incidente della storia.

Una turbina mal funzionante diete avvio alla sequenza di manovre volte alla sua verifica; errori umani e difetti nella meccanica segnò il destino di tante, troppe persone, anche nelle generazioni successive.

Immediatamente si verificò una fuoriuscita senza controllo di gas letali con un livello di radioattività tra i 50 e i 250 milioni di Curie.

La morte viaggiò alla velocità della luce

Per avere una vaga idea dell’immane catastrofe di quella notte, l’emissione letale fu superiore di circa 100 volte rispetto a quella delle bombe americane su Hiroshima e Nagasaki nel 1945.

Quello che tuttora terrorizza è la velocità di diffusione della nube radioattiva che, dalla sua fonte, si estese in gran parte dell’Europa.

Alcuni dati ufficiali

I dati diffusi dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica parlavano di un’area maggiormente colpita, nel raggio di 100 km dalla centrale, con una concentrazione più intensa di isotopi di stronzio, cesio e plutonio.

Le manovre di evacuazione iniziarono solo nelle 36 ore successive al disastro: i 45 mila abitanti di Pripyat, la cittadina più vicina a Chernobyl e 130 mila persone in un raggio di 30 km solo nei giorni seguenti.

L’Europa resta all’ombra

Il 28 aprile la Svezia registrò un’attività radioattiva anomala e da lì partì l’allarme in tutta Europa.

Da quel momento in poi furono numerosi e di diversa natura i tentativi di limitare i danni;svariati elicotteri militari riversarono circa 1800 tonnellate di sabbia e 2400 di piombo sul reattore, ma con risultati non del tutto efficaci.

La situazione si “normalizzò” solo il 6 maggio, venti giorni dopo la diffusione delle radiazioni.

L’operazione di bonifica destò sentimenti di solidarietà in tutto il territorio dell’Unione Sovietica.

Migliaia le persone che parteciparono alle operazioni, tra militari e civili.

Il destino degli eroi che intervennero, gli “early liquidators”, ricordati tra le 400 vittime dirette dell’esplosione.

Il resto delle morti indirette, con un numero elevatissimo e tuttora indefinito furono colpiti da tumori alla tiroide oltre che da disturbi psicologici e altre patologie correlate.

Furono colpirono tutte le fasce di età nelle tre ex repubbliche sovietiche.

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