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Lo speziato Bloody Mary: il cocktail tra mito e storia

Colore intenso e gusto “insolito”. Una combinazione e una densità a cui i palati italiani non sono avvezzi. Un cocktail che risuona come un mito confermato dal suo nome: Bloody Mary.

Legato ad una dimensione leggendaria che risale alla sua prima creazione, il nome che risalta alle cronache e cui pare sia attribuita la paternità è il francese Fernand Petiot. La “pozione” originale prevedeva una dose di succo di pomodoro a cui si aggiungeva della vodka in parti uguali. Il gusto, e la sua particolarità, erano assicurati da un equilibrio di spezie e aromi che rendevano caratteristica la ricetta.

Un cocktail che sfida il proibizionismo

Petiot, noto come Pete, era un parigino nato agli inizi del ‘900 che ebbe l’ardire di riproporre un’atmosfera sfacciatamente americana nel cuore di Parigi.

La notorietà del cocktail si consolida presso il “New York Bar” che, successivamente, prende di “Harry ‘s Bar” nei ruggenti anni ’20. Nonostante persistano, tutt’oggi, delle “zone d’ombra” circa la reale paternità del Bloody Mary, Pete, senza alcun dubbio, lo ha condotto alla gloria.

La scelta di utilizzare il pomodoro pare sia stata strategica: l’intenzione fu quella di “sedare” gli animi agitati dal dilagante proibizionismo.

La fama di Pete

Il noto barman era molto apprezzato per le sue doti comunicative e professionali.

Si vocifera che abbia preso spunto da suggerimenti di qualche cliente americano di passaggio.

Le contraddizioni rendono ancora più intrigante la storia della bevanda. Tra le più lampanti è uno ”sfasamento anacronistico” tra la data della creazione del cocktail, risalente intorno al 1920 e le prime disponibilità del pomodoro in lattina che farà il suo esordio francese solo tra il 1928 ed 1928.

In quegli anni Pete lasciò la sua patria per raggiungere gli Stati Uniti d’America.

Paternità contesa

Una versione del 1939 contraddice Pete, attribuisce l’invenzione del cocktail all’attore George Jessel, a Palm Beach; in quel caso la scelta del nome fu casuale; riconducibile ai primi due clienti di Chicago che lo saggiarono e per pura “risonanza” lo associarono ad una cameriera nota come Bloody Mary, impiegata presso il bar Bloody Bucket.

Un pizzico di pepe alla storia

Nonostante il chiacchierato “tiro alla fune” circa la paternità della bevanda, il merito indiscusso di Pete fu quello di renderlo unico con l’aggiunta di spezie. La sua ricetta vincente?

“Copro il fondo dello shaker con quattro grosse gocce di sale, due gocce di pepe nero, due gocce di pepe di cayenna e uno strato di salsa Worcestershire, poi aggiungo un pò di succo di limone e del ghiaccio rotto, messo in due once di vodka e due once di succo di pomodoro denso, agitare, filtrare e versare”

Un nome, un programma

Il nome adottato riconosce radici storiche dalle sfumature inquietanti; tra quelle più condivise risalgono alla natura “spietata” della Regina d’Inghilterra Maria Tudor I, nota come “Maria la sanguinaria”.

Si consiglia caldamente, inoltre di non pronunciare Bloody Mary per tre volte dinanzi ad uno specchio o il rametto di sedano potrebbe andarci di traverso.

Per gli amanti del brivido, una storia spettrale da falò notturno. La protagonista è Mary, sepolta viva dal padre perché affetta da difterite e in stato comatoso. La madre le aveva legato un campanellino al dito che l’avrebbe avvertita se sua figlia si fosse risvegliata.

Un tragico destino, una vendetta senza pari

La tragedia volle entrambi i genitori sedati da un potente sonnifero e Mary, al mattino seguente, ricoperta di “bloody” e cicatrici nel tentativo di guadagnare la luce del giorno.

Una potente maledizione confina la povera vittima in uno specchio, pronta a vendicarsi per l’ingiustizia subita.

La ricetta originale di Petiot

Ingredienti

  • 6 cl. di vodka ;
  • 6 cl. di succo di pomodoro;
  • 2 prese di pepe nero;
  • 4 prese di sale;
  • 2 prese di pepe di cayenna;
  • 1 strato nel fondo del tumbler di Worcester sauce;
  • 1 spruzzata di succo di limone;
  • Una manciata di ghiaccio tritato.

La miscela viene riposta in uno shaker e agitata vigorosamente. Il cocktil è servito nel tumbler senza ghiaccio.

Una fame cinematografica, musicale e romanzesca


Il Bloody Mary ha calcato le scene in diversi film e colorito di rosso strofe di svariate canzoni. Storia e visibilità hanno reso il cocktail un mito che non si disperde nelle ugole assetate se non per essere osannato dai suoi innumerevoli estimatori, tra attori, cantanti e assidui frequentatori di pub:

  • Nel 2001 Luke Wilson, interprete protagonista del film “I Tenenbaum” si disseta, di frequente, con il Bloody Mary.
  • Mamma Louise nei “Jefferson”, sit-com degli anni ’80 è solita berne un goccio;
  • “Il diario di Bridget Jones” rivela una vera e propria ossessione di Bridget e delle sue amiche per il coctkail;
  • Ad “Ugly Betty” viene offerto dalla signora Claire Meade mentre, candidamente, le confessa l’omicidio dell’amante;
  • “Johnny English” chiede a Pascal Sauvage una versione poco speziata del Bloody Mary;
  • Nel film ‘Miami supercops” Bud Spencer, interprete del ruolo di agente Steve Forrest ordina un Bloody Mary, chiamadolo erroneamente Bionda Mary.
  • I Baustelle, nel brano “Romantico a Milano” affogano le note nostalgiche in quasi centomila amari e Bloody Mary.

Speziato, con qualche tinta alcolica in più o più intenso nella sua sfumatura rosso sangue, il Bloody Mary concede una personalità spiccata anche a chi annega nella banalità quotidiana.

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