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La Cancel Culture e l’attacco all’iconica “Colazione da Tiffany”

A cura di Beatrice Nencha – Sono ormai innumerevoli i libri, i film, e persino i cartoni animati che sono finiti nella lente d’ingrandimento distopica della cosiddetta e tanto in voga Cancel culture.

Una lista in triste e continuo aggiornamento, che va dai racconti per l’infanzia del “Dr. Seuss”, consigliati ai ragazzi da Barack Obama durante la sua presidenza, a capolavori come “Via col vento”, “Sette spose per sette fratelli”, “Indovina chi viene a cena”, “My Fair Lady”, “Psycho”, fino ai blockbuster della Disney, al “Muppet Show” (a cui sono stati apposti degli avvisi) e persino al buffo “Mr. Potato Head” (oggi diventato no-gender, per non fare torto a nessuno nel frattempo che si indaghi la sua reale sessalità).

Tra le opere da mettere all’indice, anche uno dei titoli che ha fatto innamorare generazioni di lettori e cinefili: “Colazione da Tiffany”, tratto dal bestseller di Truman Capote. Scrittore bigger than life: trasgressivo e provocatorio, omosessuale dichiarato e perfetto esempio di genio e sregolatezza, Capote folgorò i lettori della sua epoca con il suo stile narrativo inconfondibile. Abbinato a uno stile di vita bohémien, virato presto nella dipendenza da alcol e droghe, che gli valsero l’epiteto di “Oscar Wilde contemporaneo”. E con non celata arroganza, nell’epigrafe di un suo romanzo si era così descritto: “Sono alcolizzato/ sono omosessuale/ sono drogato/ sono un genio”.

Al sentire che qualcuno della intellighenzia culturale americana vorrebbe “normalizzare” i suoi personaggi in “Colazione da Tiffany”, c’è da scommettere che Capote li seppellirebbe con una risata. E lo stesso farebbe, di certo, l’iconoclasta regista Blake Edwards, che dal libro trasse, nel 1961, un adattamento cinematografico diventato presto un cult-movie. Fu Edwards a imporre nel cast un’attrice iconica, Audrey Hepburn, nei panni della protagonista Holly Golightly.

Un personaggio che Capote aveva ideato per un opposto prototipo di donna: l’esplosiva e più popolare, ma meno androgina e glamour, Marilyn Monroe. A far scattare la richiesta di una “revisione” della commedia, in chiave politcally correct, è un personaggio minore del film: il bizzarro signor Yunioshi. Il vicino di casa asiatico, esasperato dalle continue scampanellate notturne che la protagonista gli riserva e da ogni chiassoso festino celebrato nel suo appartamento. L’eccentrico inquilino giapponese è palesemente una macchietta comica. Una caricatura ricavata sommando i più noti cliché di un personaggio, quello del vicino di casa, benpensante e ligio alle regole condominiali. Ha davvero importanza, nella sceneggiatura, la sua etnia? A nostro avviso, no. La funzione macchiettistica del signor Yunioshi – la cui battuta ricorrente è “Signorina Golightly! Devo protestare!” – è invece funzionale a un unico scopo: virare intenzionalmente in commedia una trama che, se presa alla lettera, si sarebbe trasformata in puro “drama”.

Perché la Holly del film e del romanzo, come si evince solo alla fine, non è solo una ingenua e stralunata “party-girl” , sbarcata a New York dopo essere scappata dalla periferia. Ma è un’adorabile escort, con una spiccata inclinazione al sesso promiscuo e una attrazione verso personaggi borderline. Come il mafioso Sally Tornato, a cui settimanalmente la ragazza va a legge in carcere, dietro compenso, le “previsioni del tempo”.

Il difetto della Cancel culture, del pensiero unico piegato al “politicamente corretto”, si potrebbe in questo caso riassumere in un colossale abbaglio originario: non aver capito nulla di questa storia. E, di conseguenza, anche del lavoro sulla sceneggiatura, che ancora oggi lo rende un film di culto amato da milioni di spettatori nel mondo. Basta aprire le pagine del romanzo di Capote per scoprire come, dieci anni prima dello scoppio della rivoluzione sessuale negli Usa, “Colazione da Tiffany” sia stato un romanzo antesignano di un’epoca e dal contenuto rivoluzionario per un’intera generazione di lettori. Basta rileggerlo per comprenderne la modernità, l’assenza di pregiudizi e l’insofferenza alle principali convenzioni sociali, che il romanzo demolisce dietro al paravento della commedia sofisticata. A partire dalle istituzioni borghesi sacre per eccellenza: il matrimonio e la famiglia tradizionale, da cui Holly è in fuga e il cui comportamento sociale mette a rischio d’esistenza.

Basterebbe avere il coraggio di mandare a quel paese chi consiglia di “sforbiciare” o “ridisegnare” personaggi, battute dialoghi e situazioni di un’opera, in questo caso sia letteraria che filmica, che usa sapientemente la chiave del sarcasmo, il paradosso e la caricatura per mettere a nudo l’ipocrisia di una società americana, quella puritana degli anni ‘60, ritratta da Capote e da Edwards attraverso le sue tante ombre, piuttosto che le sue ingannevoli luci. Persino quelle sfavillanti dell’esclusiva gioielleria Tiffany, paradiso brillante la cui insegna troneggia sulla Fifth Avenue. Dove l’immagine riflessa dalla vetrina rimanda, seppur nell’algida raffinatezza di un tubino nero, il profilo di una giovane prostituta di alto bordo. L’iconica shilouette della “Signorina Holly Golightly, in transito”, come recita il suo bigliettino da visita, è proiettata molto più avanti di qualsiasi stucchevole dibattito sul gender, sul razzismo, sull’animalismo (pensiamo alla famosa scena dell’abbandono del gatto “senza nome”, stranamente non ancora bersagliata dalle associazioni animaliste), poiché testimonia l’irriducibilità di un pensiero forte, autoriale, che non vuole omologare la sua giovane protagonista a nessuno dei canoni convenzionali, appiccicati alle donne dell’epoca come protettive etichette. Holly non è figlia, non è madre, non è (più) sorella, non è moglie, non è amante. Holly Golightly è puro spirito libero e per questo è impossibile, per chiunque, non innamorarsi di lei. Solo Capote poteva osare, in un libro pubblicato nel 1958, mettere in bocca queste parole alla sua protagonista: “A proposito, conoscete per caso qualche simpatica lesbica? Sto cercando una compagna di stranza. Su, non ridete: sono maledettamente disorganizzata, io, e non posso permettermi il lusso di una domestica”. In questo dialogo, Holly rivela al giovane scrittore “Fred” di aver già vissuto con una coinquilina lesbica in passato. Racconta la sua esperienza senza peli sulla lingua e sensi di colpa, ribaltando tutte le convenzioni sociali vigenti: “Naturalmente, gli altri non potevano fare a meno di pensare che fossi un po’ lesbica anche io. E lo sono, naturalmente, Tutte lo siamo, un po’. E con questo? E’ una cosa che non scoraggia mai gli uomini, anzi sembra che li ecciti”.

Se fosse ancora vivo, siamo certi che Truman Streckfus Persons, in arte Truman Capote, avrebbe (meritoriamente) demolito chi ha avuto l’ardire di sfidarlo su un terreno, quello dell’eguaglianza di genere, dei diritti delle minoranze, della trasgressione al pensiero unico, che nelle sue opere ha contribuito, come pochi altri scrittori, a sdoganare. Con l’unica differenza che, per abbattere radicati pregiudizi, Capote ha usato l’arte e il suo acume. I tristi vassalli della Cancel Culture sparano nel mucchio, accecati dalla loro impotenza a creare qualsiasi opera culturale degna di questo nome. Fieri solo di distruggere i capolavori altrui.

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