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In ricordo dell’intramontabile Andrea Camilleri: grazie

Solo uno scrittore

A cura di Monica Cecere. Se Andrea Camilleri fosse stato solo uno scrittore – di successo certo – la sua vita sarebbe riassumibile nel paragrafetto di un’antologia scolastica cosi: Scrivi che ti passa.

Andrea Camilleri, nato a Porto Empedocle (AG) in Sicilia il 6 settembre del 1925, dal 1949 al 1952 frequenta l’Accademia nazionale d’arte drammatica Silvio D’amico come allievo regista. Nel 1957 entra in Rai come delegato alla produzione, legando il suo nome a produzioni quali i telefilm del Tenente Sheridan e del Commissario Maigret.

Insegna inoltre al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma (dal 1958 al 1965; dal 1968 al 1970) e per vent’anni dal 1977 al 1997 è titolare della cattedra di regia nella stessa Accademia che l’ha visto studente. Debutta come scrittore  nel 1978 con Il corso delle cose, pubblicato dalla casa editrice a pagamento Lalli, a cui seguirà Un filo di fumo, per Garzanti nel 1980: primo di una serie di romanzi ambientati nell’immaginaria cittadina di Vigata a cavallo fra fine Ottocento e inizio Novecento. Legatosi poi al suo storico editore Sellerio e raggiunta la notorietà con opere come La stagione della caccia (1994) o Il birraio di Preston (1995), Camilleri conquista un successo senza precedenti con i romanzi del Commissario Salvo Montalbano, il cu nome è un omaggio a un altro grande scrittore: il catalano Manuel Vázquez Montalbán.

Conquistati i lettori, è la volta dei telespettatori con la versione televisiva che approda dal 1999 sulla Rai: sarà Luca Zingaretti a interpretare il commissario vigatese. Lo scrittore muore il 17 luglio 2019.

Fenomeno Camilleri

Ma, c’è un ma. E qui è bello grosso. Perché intorno all’intellettuale che ha padroneggiato con maestria le diverse forme di narrazione – regia televisiva e teatrale, sceneggiatura, saggistica e narrativa – la dialettica fra vita letteraria e reale, che ha pochi eguali nella storia della letteratura, ha dato origine al “fenomeno Camilleri”: e non parliamo delle milioni di copie vendute dei suoi scritti, ma di un territorio letterario e universale, eppure geograficamente caratterizzato, con una propria lingua e propri ideali.

Vigata

Sono Modica, Scicli, Santa Croce Camerina e Ragusa che prestano il volto a Vigata, il paese di Montalbano, per le quali la serie televisiva basata sui romanzi dello scrittore siciliano ha rappresentato promozione e sviluppo: si è passati negli ultimi vent’anni da 157 mila turisti agli oltre 300 mila. «Se adesso siamo conosciuti in tutt’Italia e all’estero, è grazie a Camilleri. Gliene saremo riconoscenti per sempre» afferma il sindaco di Ragusa Peppe Cassì.

«Per me il dialetto è la lingua della realtà» – Andrea Camilleri

 Il vigatese, la lingua di cui si serve lo scrittore, è una costruzione che si è evoluta e raffinata negli anni, divenendo quasi indipendente rispetto alle intenzioni del suo inventore. È un italiano fortemente contaminato da elementi della parlata siciliana, che grazie a una buona dose di ironia e leggerezza non diviene mai manierista, anzi si trasforma in una sorta di linguaggio musicale: «Per me non si tratta di incastonare parole in dialetto all’interno di frasi strutturalmente italiane, quanto piuttosto di seguire il flusso di un suono, componendo una sorta di partitura che invece delle note adopera il suono delle parole».

Uno scrittore civile

«L’impegno, se così vogliamo definirlo, sta nella scrittura stessa: nell’onestà alla quale ci si deve attenere nel momento in cui si mette mano alla pagina. Perché la parola è un’arma a doppio taglio: ci dà la sensazione di esprimerci con chiarezza, ma nello stesso tempo apre la porta al’interpretazione». Questa l’origine della forza dei suoi personaggi – interpretati da Luca Zingaretti, Cesare Bocci (il femminaro Mimì), Peppino Mazzotta (Fazio) e Angelo Russo (il mitico Catarella); ma anche la sua, che l’ha guidato sul palco del Teatro Greco di Siracusa per impersonare Tiresia, l’indovino tebano cieco che nell’Odissea indica a Ulisse la via del ritorno.

Tutti un po’ più soli

Se lui non aveva rimpianti, perché «ho avuto una vita fortunata, ho fatto quello che volevo, sono felice di avere pronipoti e felice di aver vissuto», adesso tocca a noi, un po’ più soli, trovare la strada da seguire senza la sua preziosa guida.

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