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Diventare adulto, la leggenda degli indiani Cherokee che ci insegna a crescere

Una leggenda degli indiani Cherokee che ci sottrae dall’incanto che certe condizioni si possano trattenere per sempre; l’incertezza che si culla, comunque, nel più tenero dei conforti.

Esistono luoghi di transizione in cui una netta linea di confine segna un passaggio da cui non è più possibile arretrare. Una volta oltrepassate le colonne d’Ercole la conoscenza che custodivi prima di imbarcarti muta irrimediabilmente. La transizione è, troppo spesso, legata ad una crisi che non tutti sono capaci di vivere come naturale, fisiologica. Può destabilizzare al punto di lasciarsi totalmente “inghiottire” dagli eventi, smarrendo le pietre miliari su cui poggiava la tua vita precedente. Il passaggio diventa brusco e il risveglio traumatico.

E’ questo il motivo per cui, presso alcune culture, i momenti di latenza tra una condizione all’altra sono sanciti da veri e propri rituali. Lo scopo è riconoscere, contenere e definire questo passaggio inevitabile predisponendo i passi necessari. E’ rassicurante affrontare il nuovo con la consapevolezza di ciò che ci aspetta, nel mentre, ma soprattutto dopo. Un cambiamento nell’identità sociale e relazionale passa necessariamente attraverso la revisione degli equilibri e dei ruoli percepiti, pur conservando quel che del passato ha condotto fino alla transizione. Diventare adulto, secondo una leggenda degli indiani Cherokee, è sopravvivere alle insidie della vita, quando ti allontani dall’occhio vigile del genitore.

Nel mito, particolarmente suggestivo, un padre conduce il figlio nella foresta, gli benda gli occhi e lo lascia solo con le sue nuove responsabilità. Il giovane dovrà restare seduto su un tronco tutta la notte senza liberarsi la benda finché i raggi del sole non lo avvertono che è mattino. Il suo compito è “sopravvivere” ai rumori di cui non può identificare la fonte, al vento che gli sfiora il viso, alle foglie che si poggiano sulla spalla, alle besti feroci che sono in agguato nell’ombra. Non può e non deve chiedere aiuto a nessuno. Diventerà un adulto solo dopo aver superato la notte senza crollare.

Quel che mette in evidenza il rituale è la condizione di solitudine, irrimediabilmente legata al crescere; la condivisione tipica della fanciullezza è percepita, ora, come fragilità di cui è necessario liberarsi. Il “nuovo” adulto non potrà raccontare della sua esperienza ai suoi amici o a nessun’altro; tutto ciò che avrà subito sulla sua pelle apparterrà solo a lui perchè, da uomo, deve essere autonomo e capace di gestire le difficoltà da solo.

In realtà la paura rende un topolino, che si affaccia per guardare il nuovo ospite della foresta, una bestia feroce pronta all’attacco. Un alito di vento diventa un violento strattone. La notte si dilata all’infinito e quella benda sugli occhi è la prova di quanto sia importante ogni risorsa di cui disponiamo. Dopo ore di terrore e sconforto, le prime luci del mattino sollevano il ragazzo dalla cecità imposta. Tutto lo sconforto della solitudine e i fantasmi dell’abbandono si dileguano dinanzi all’immagine più rassicurante che, da figlio, possa aspettarsi; suo padre gli è rimasto accanti tutta la notte. Una presenza invisibile, ma costante che resterà a vegliare, comunque, sui passi incerti.

Un rituale lo ha reso adulto, ma nulla può privarlo del privilegio di essere figlio.

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