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Bambini usati come bersaglio, quel vortice di terrore chiamato Auschwitz

Pane e orrore, il quotidiano pasto dell’animo a Birkenau, un campo del comprensorio di Auschwitz.

Esperienze indicibili che hanno trovato le parole per essere raccontate.

A noi non resta che subire la consapevolezza che il sadismo non ha limiti e che la storia ne è ridondante.

Sono stato un numero

Roberto Riccardi, nel suo libro “Sono stato un numero”, edito il 15 gennaio, racconta di come una persona rappresentata da poche cifre.

Una una storia che sembra non avere un finale per il retrogusto di eterno “disgusto” che evoca.

Il padre dello scrittore, Schulim è stato uno dei superstiti catturati in Italia e liberato da Schindler.

Alberto Sed, un mondo in un numero

Protagonista della storia è Alberto Sed, o meglio A-5491, “ospite” di Auschwitz nel 1944.

Una rinuncia sofferta e feroce ad un nome, un’identità, la dignità e poi la vita.

Il nostro eroe “mutilato” ha solo 15 anni, catturato in cambio di una somma di denaro, la stessa con cui si riscattava un’esistenza. Un ebreo per cinquemila lire, tremila se donna, mille se bambino.

Destinazione morte

Alberto su sorpreso in un magazzino in cui si nascondeva, a Roma, insieme alla sua famiglia.

Trasferito per un breve periodo nel centro di raccolta di Fossoli,per poi essere “stivato” in un treno con destinazione Birkenau.

Sua madre e la sua sorellina non furono selezionate tra le “forze lavoro” e per questo uccise con il gas immediatamente dopo il loro arrivo.

La sorella maggiore fu giudicata abile al lavoro per cui risparmiata; finì sbranata dai cani per sollazzo delle SS in un momento di ozio e noia.

Memoria, peggiore condanna

La domenica era un giorno di tregua dal lavoro e dalle vessazioni; spazio e tempo per pensare, cedendo, forse, alla peggiore tortura.

Alberto sopravvive agli orrori del lager.

Si adatta, senza alcuna rimostranza, a lavori faticosi e ai supplizi quotidiani; i più duri che l’animo possa reggere per l’impotenza di fronte a scene che non trovano oblio.

Interi carretti di bambini da condurre ai forni crematori e tra essi i propri familiari.

le domeniche a tirar pugni

Alberto era diventato uno svago domenicale quando, come pugile, si batteva con i suoi compagni di sventura.

La ricompensa era una “ricca” manciata di bucce di patate o di mele.

La marcia della morte

Sopravvisse persino alla “marcia della morte”, quando i tedeschi furono costretti a raggiungere i lager polacchi, minacciati dall’Armata Rossa che guadagnava terreno. Vittime di un gelo penetrante e della neve che sferzava le carni, gli ebrei in marcia non potevano mostrare alcuna esitazione.

Chi cedeva, anche solo per qualche istante, riceveva un proiettile nella nuca.

Una fila di corpi con un filo di vita a cui aggrapparsi, avvolti a stento dalle righe della tuta lacera.

Una vita stentata

Albero era destinato a sopravvivere; anche durante i bombardamenti delle forze alleate sul campo di Dora trovò un riparo a morte certa.

Un valoroso tenente della Marina italiana, prigioniero di guerra, salvò il provato Sed celandolo sotto la carcassa di un aereo abbattuto.

Alberto, ieri, oggi e domani

Alberto, oggi, ci racconta la sua storia che a 80 anni ancora brucia sulla sua pelle di ebreo.

Ha tre figlie ed è nonno di 7 nipoti. Vive, la gioia di una famiglia numerosa che non vedrà decimata come quella d’origine.

Ogni venerdì sera gode della loro compagnia in occasione della tradizionale festa ebraica settimanale.

Guarda da lontano i suoi nipoti, sorride amaramente perché costretto a rifuggire ogni contatto.

Chi ricorda muore ogni giorno

La memoria è il suo peggior nemico; non ammette alcuna lacuna, neanche se fortemente anelata.

Ogni volta che incrocia gli occhi dei bambini li rivede lanciati in alto per essere bersaglio di morte.

E’ un’esperienza che le urla nelle orecchie con la ferocia delle sue immagini e la potenza delle sue parole.

Pagine di morte e orrore

Stralci del suo libro, memorie ritorte nelle carni bruciate nei forni crematori e quel ricordo così feroce da dover essere testimoniato:

 Un giorno io e un altro prigioniero ci trovavamo vicini ai carretti per il trasporto dei bambini. Dovevamo farne salire a bordo alcuni, fino a completare un carico. Una SS si avvicinò, indicò con il dito un bimbo di un paio di mesi e disse al mio compagno di lanciarlo sul carretto. Per rendere l’ordine più chiaro, mimò il gesto con le braccia, disegnando un volo molto ampio. Tra le pagine del suo libro si legge l’orrore, quello che neanche i più fantasiosi dei film horror hanno osato narrare:

“Lanciarlo? chiese il mio compagno, sbigottito. Il tedesco insisté. Gli puntò contro il fucile, urlò, e a lui non rimase che eseguire. In un istante che durò un’eternità, la SS sollevò la sua arma, prese la mira e sparò al piccolo mentre era in aria, come fosse al poligono di tiro. Lo centrò in pieno. Un suo collega, che osservava la scena da vicino, imprecò. Meno male, pensai, c’è ancora qualcuno che ha nel cuore un po’ di umanità. Ma presto quello che aveva brontolato si calmò, si mise una mano in tasca e prese dei marchi. Accennò a un sorriso sforzato, strinse la mano all’altro e gli consegnò il denaro. Impiegai un po’ per capire. Su quel tiro avevano scommesso, ecco spiegata la delusione del perdente.

Lo vidi fare più volte. Ogni volta eravamo noi a dover portare i bambini ai loro carnefici. Noi a lanciarli in aria, sotto la minaccia delle armi, con le SS che si esercitavano a colpirli mentre erano in volo”.

Un viaggio nella memoria

Chi è riuscito a leggere fino in fondo non riuscirà, di certo, a liberarsi di quella sensazione di dolorosa impotenza.

Ogni numero, tatuato sulla pelle degli ebrei, segna la sconfitta del genere umano, se ancora di “umano” di può parlare.

Maledetta memoria, che tu possa essere testimonianza e castigo, sollievo ed eterno riscatto!

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